venerdì 15 aprile 2011

Non ho voluto sapere ma, ho saputo



"Non ho voluto sapere, ma ho saputo che una delle bambine, quando non era piu bambina ed era appena tornata dal viaggio di nozze, andò in bagno, si mise davanti allo specchio, si sbottonò la camicietta, si sfilò il reggiseno e si cercò il cuore con la canna della pistola di suo padre, il quale si trovava nella sala da pranzo in compagnia di parte della famiglia e di tre ospiti"

Questo è l'inizio del libro di Javer Marias "Un cuore cosi bianco". Mi è sempre rimasto impresso e, ogni ranto, come adesso mi torna, riprendo il libro e devo rileggere. Una delle cose piu fulminanti che abbia mai letto. Ha una particolare risonanza in me, almeno.

- Non ho voluto sapere, ma ho saputo - Già questo per me è, quello che ti vien detto senza averlo chiesto, già questo è un tema che mi fomenta. Le parole subito dopo che scrive sono:

«Quando echeggiò lo sparo, più o meno cinque minuti dopo che la bambina si era allontanata, il padre non si alzò subito da tavola, ma restò per qualche secondo incapace di muoversi e con la bocca piena, senza riuscire a masticare né ingoiare e tantomeno sputare il boccone nel piatto; e quando, alla fine, reagì e corse in bagno, chi lo aveva seguito notò che mentre scopriva il corpo insanguinato della figlia e si metteva le mani nei capelli continuava a passare il boccone di carne da una guancia all’altra, senza sapere che farne». Ecco..

questo qua, un istante e stà la a preoccuparsi del boccone di carne in bocca che si passa di qua e li là. Non ha altro da pensare, uno si chiede. Eppure fa pensare questo fatto. Il dispiegarsi del reale. Mentre una ragazza si spara, che è stesa morta per terra, un boccone continua a girare in bocca. Mica uno ci fa caso, è tutto preso da quel fatto atroce mentre la normalità continua ad accadere. E' un fatto per me che mi scombina se comincio a pensarci su: che la normalità continui o che la nostra normalità sia infarcita di altre anormalità di altri di cui non verremo a sapere L'inamissibile di una normalità che continua a sovrapporsi, questo contrasto devastante che a me, spesso vien da scrivere e pensare. Immaginare cosa succede nell'appartamento nel palazzo di fronte o nel negozio sotto casa o di uno sull'autobus che passa in quel momento. Il segno della normalità nella violenza. In parte è una sega estetica ma mi affascina pure questa dimensione degli accadimenti che si traduce nella normalità della violenza come pure la violenza della normalità. Non sò se riesco a farmi capire. Voglio dire, tutta quella normalità che circonda la violenza, il dolore, l'angoscia; la normalità che continua e s'insinua impregnando una scenografia violenta. Non sò se ho saputo dire

2 commenti:

teti900 ha detto...

hai mai visto un video di una lapidazione?
come scavano la buca nella sabbia poi si mettono dentro che esca solo dalla vita in sù e intorno tanta gente che guarda che tira le pietre e le urla dei canti del rituale che coprono quelli delle vittime (donne).
raccapricciante per ogni occidentale assolutamente ammissibile per popoli di altri continenti.
noi siamo sofisticati, abbiamo l'iniezione letale e altre amenità.
tutta una questione di punti di vista e di cultura.
la nostra, quella antica, l'abbiamo sotto i piedi ma ci indigniamo per i "sistemi" di altrove nel mondo.
è perchè siamo intelligenti!
(ovvio è ironico)

carolina ha detto...

ti sei spiegato benissimo. è così, in effetti.